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Stato di Diritto tra Diritto umano alla conoscenza e diritti universali

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di Domenico Letizia

La comprensione dell’attualità socio-politica richiede categorie sociologiche innovative, una visione del presente transnazionale che solo strumenti d’analisi di portata globale e universale possono far comprendere a fondo. Recentemente, Alfred de Zayas, Esperto Indipendente ONU per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo, ha affermato: “il diritto alla conoscenza è cruciale per ogni democrazia, perciò i lanciatori d’allerta (whistleblowers) devono essere protetti, non perseguitati”.

De Zayas ha aggiunto: “Ci sono molti informatori che hanno promosso la causa dei diritti umani e che sono ancora in carcere in molti paesi al mondo. E’ tempo di riconoscere il contributo che essi danno alla democrazia e allo Stato di diritto e di non perseguitarli più. […] I lanciatori d’allerta sono difensori dei diritti umani il cui contributo alla democrazia e allo Stato di diritto non deve essere sopravvalutato. Sono utili alla democrazia e ai diritti umani perché rivelano informazioni che tutte le persone hanno diritto a ricevere. Una cultura della segretezza è spesso anche una cultura dell’impunità. Poiché il diritto alla conoscenza proclamato dall’articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici è cruciale per ogni democrazia, i lanciatori d’allerta (whistleblowers) devono essere protetti, non perseguitati”. La comprensione dell’attualità richiede la formulazione del diritto umano alla conoscenza. La formulazione e la codificazione del diritto umano alla conoscenza, come dei diritti umani universali, può avvenire solo all’interno di un processo politico globale che veda nell’affermazione dello “Stato di Diritto contro la Ragion di Stato” la propria ragione di essere.

Necessitiamo della formulazione di un criterio universale, preciso e operativo, per giudicare la legittimità di un governo, della sua capacità a proteggere e promuovere i diritti dell’uomo, innanzitutto, attraverso le procedure di dibattito e conoscenza che i mass media mettono a disposizione dei cittadini. Incentrare l’attenzione sulla problematica dell’informazione di regime resta una priorità per comprendere lo stato della deriva autoritaria della “democrazia reale”. Risulta essenziale avviare una riflessione non meramente accademica in vista di una vera e propria campagna politica volta a riformare la democrazia consolidata così come si sta manifestando nei paesi a democrazia “reale”, che tenga anche conto del mutamento delle aspettative e delle condizioni dovute all’affermarsi delle tecnologie informatiche, di internet e dei social media, prestare attenzione a tutte le formulazioni della società in rete e del capitalismo informazionale così come descritte dal sociologo Manuel Castells.

Il sociologo Castells non propone ideologie per il nostro millennio ma un’analisi sociale scientifica delle nostre società: “Sono le relazioni sociali a guidare le tecnologie. Ma le tecnologie non sono neutrali. Proprio per il fatto di esistere, esse rendono possibili ed ampliano certe forme di relazione sociale. Parlando concretamente: Internet era già operativo nel 1969, e per 25 anni è stato usato nelle università, nelle istituzioni di ricerca e nelle libere comunità virtuali; poi è esploso nella società, nelle comunicazioni, nel mondo degli affari, e ciò è avvenuto quando la società e l’economia sono diventate sempre più organizzate in reti di attività, per ragioni specifiche.

Ed è proprio perché stavano nascendo le reti, che l’applicazione del server “www.”, sviluppata nel 1990/91 da Berners-Lee e Caillau, ha facilitato la trasformazione di Internet in un mezzo globale di comunicazione per centinaia di milioni di persone. Dunque, le reti e l’interattività vengono prima, poi la tecnologia di Internet è stata adattata dalla società, e proprio in virtù di questo adattamento ora le reti e l’interattività si estendono a tutti i campi di attività e all’intero pianeta, benché in maniera molto selettiva”. Per Castells a una realtà transnazionale non si può rispondere che in modo transnazionale.

Tale percorso deve puntare alla costruzione dello stato di Diritto, democratico, federalista e laico là dove esso manca e/o alla sua ricostruzione e riformulazione dove sia in atto un processo di erosione come è quello in corso – definito come caduta nella “democrazia reale” -nelle democrazie occidentali. La formulazione del diritto umano alla conoscenza potrebbe innescare una possibilità universale dei cittadini di conoscere e ragionare sulle azioni e proposte che stanno alla base delle decisioni che attengano alla politica, delle scelte – soprattutto in politica estera – dei governi e governanti.

La sfera del diritto è chiamata in causa in modo diretto. Alla maggiore centralità dell’umano corrisponde una maggiore attenzione per i diritti umani universali. La critica “particolaristica” a questi diritti umani nasce dalla contrarietà all’universalismo dei diritti, considerati come il prodotto di una determinata cultura – quella occidentale, come affermano i suoi oppositori – mentre invece si tratta del frutto della storia e dello svolgimento del pensiero e della stessa civiltà.

La storia insegna che il trauma causato dal dolore e dalla violenza (la guerra, la fame e – mai come oggi – il terrore) richiede nel mondo globalizzato, norme adatte a tutelare la dignità dell’essere umano in quanto tale. Uno dei più grandi dibattiti tra cultori del diritto positivo e giusnaturalisti è nato proprio in seguito ad un trauma storico, l’obbrobrio dell’Olocausto e dello sterminio.

La visione universalista dei diritti va sostenuta e ampliata se il nostro scopo come esseri umani è quello di valorizzare il concetto di dignità umana in ogni angolo del mondo.

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