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La banda attacca Dash Shehi

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Di Carlo Alberto Rossi

Dashamir Shehi e’ una figura politica albanese normalmente rispettata da tutti, per la sua simpatia, per la sua storia familiare, per la sua educazione nei rapporti con gli altri, per la sua cultura, per il suo linguaggio sobrio, e per le sue analisi lucide e coerenti ad una linea di pensiero strutturata nel tempo e mai abbandonata. Lui non e’ nemmeno diventato ricco nel suo esercizio del potere, prima come Ministro del Lavoro e poi come Ministro delle Costruzioni e Vice Primoministro. Non e’ l’animale politico carismatico che gli albanesi prediligono, ma e’ un uomo completo, con cognizione politica e logica stabilizzata negli anni.

E infatti e’ riconoscibile come un campione di quel “pensare occidentale” che in Albania fatica ad essere centrale nel dibattito politico e sociale.

Lo scandaloso approccio del governo Rama per la realizzazione dell’aeroporto di Valona, affidato privatamente ad un gruppo di grandi imprese turche, al di fuori di ogni procedura giuridica e di ogni logica economica, ma con l’evidente cieco asservimento del governo ad una politica aggressivamente espansiva da parte turca, e a fronte di un dubbio tornaconto per l’Albania, ha portato Dash Shehi a dichiarare che la presenza turca nei settori strategici dell’economia albanese era gia’ sufficiente se non eccessiva, in particolare per un paese che voleva andare verso l’occidente. (l’opinione di Dashamir Shehi al riguardo l’arogemtno potra essere ascoltato qui)

Un giudizio politico condiviso da molti, e da molti taciuto per reverente timore, ma comunque un legittimo intervento in un dibattito che avrebbe dovuto suscitare un maggiore interesse.

La risposta di un premier che si sente sultano, ebbro di presunzione e di arroganza, e’ stata una dispregiativa sparata in Parlamento in cui ha descritto Dash Shehi, senza nemmeno nominarlo, come un tipico tradizionale albanese dell’Albania centrale (in sostanza simile ai turchi) che passa le giornate mangiando trippa e fagioli, bevendo raki e discutendo di politica mondiale, e che alla fine e’ sempre e soltanto un ubriaco.

Ancora una volta, nonostante una maggioranza parlamentare schiacciante, la bramosia del sangue, il desiderio di distruggere definitivamente l’avversario, di insultarlo e perfino di trucidarlo, ha prevalso sulla possibilita’, sempre piu’ remota, di costruire un dibattito civile attorno alle idee.

Il primordiale spirito bellicoso e sanguinario che cerca l’eliminazione definitiva e totale dell’avversario riappare sulla scena politica albanese, portato proprio da quel leader che pretenderebbe di essere il piu’ europeo di tutti. Un approccio assassino.

Una banda di assassini, infatti, si e’ impadronita del potere in Albania e lo usa per realizzare il proprio disegno ebbro di un mondo che gira intorno al proprio adulato capo, procedendo all’eliminazione di ogni oppositore, anche se innocuo o politicamente impotente.

Perche’ definire assassini il gruppo di Rilindja, proprio quelli che accusano l’attuale opposizione di aver provocato i morti di piazza del 21 gennaio? La risposta, come sempre, la da’ la storia.

Agli albori del secondo millennio, dalla roccaforte persiana di Alamut, una setta islamica guidata dal capo carismatico Hasan i-Sabbah – anche noto come Vecchio della Montagna – si imponeva sugli equilibri politici del medio oriente. Era la setta dei Naziriti, meglio noti come Assassini, che perseguivano i propri obiettivi politici tramite un uso sistematico dell’omicidio. Ferrei nella propria disciplina interna e assai smaliziati nella scelta di chi ora appoggiare, ora osteggiare, la loro fama di esaltati ci mise poco ad arrivare in Europa – anche perché con loro se la dovettero vedere gli stessi crociati.

La storia tramanda che questi esaltati, prima di commettere gli omicidi, fossero soliti fumare hascisc, distribuito largamente dal Vecchio, e da qui la radice della parola “assassino”, presente in varie lingue europee, unanimemente riconosciuta come derivante dall’arabo hashishija che significa “dedito all’hascish”.

E si dice anche che all’interno delle mura di Alamut, il Vecchio della Montagna avesse ricreato il paradiso di Allah, con giardini fioriti, e donne bellissime, e fiumi artificiali di vino e latte e miele, dove ogni desiderio veniva esaudito: si dice che rapisse chi voleva diventasse suo adepto (uomini usi all’esercizio delle armi), e che lo facesse vivere per un po’ in questo paradiso – finché non fosse stato necessario l’omicidio di qualcuno: al che l’adepto veniva drogato e trasportato fuori dal paradiso di Alamut. E la sola speranza di rientrarvi era portare a compimento la missione omicida comandata dal Vecchio della Montagna.

Questo, a distanza di quasi mille anni, e’ e rimane il modello politico organizzativo di questi assassini moderni: il paradiso perduto e le abbondanti droghe servono per trovare il coraggio di sopprimere la propria controparte, che per loro e’ sempre soltanto il nemico, fino al trionfo finale, la morte di ogni nemico.

Nulla a che vedere con quell’Europa e quell’Occidente che loro predicano ma non praticano, e che con i loro comportamenti allontanano ogni giorno di piu’.

Un ulteriore curioso dettaglio, o meglio una ulteriore coincidenza: i discendenti della setta degli assassini, oggi rintracciabili nella setta islamica degli ismailiti, avevano la tradizione di pesare ogni loro nuovo capo, conosciuto come Aga Kahn, al momento del suo insediamento, compensandolo in oro e diamanti fino alla concorrenza del suo peso.

Solo Karim, il quarto Aga Kahn, allora studente ad Harvard e poi fondatore della Costa Smeralda in Sardegna, rifiuto’ di sedersi sulla bilancia e rimase in piedi, e da allora decise di usare le immense ricchezze di famiglia per finanziare ospedali ed opere di beneficienza.

Vedremo se il pronipote di Rama fara’ altrettanto./exit.al

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