Home Approccio Italo Albanese KOSOVO/La break dance che unisce la Berlino del Kosovo

KOSOVO/La break dance che unisce la Berlino del Kosovo

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Nella Mitrovica ancora spaccata in due spuntano nuovi laboratori di dialogo. Come la scuola internazionale di business dove serbi e albanesi vanno a lezione insieme. O la Urban Dance Crew, che abbatte anche la barriera linguistica a colpi di hip hop

Di Matteo Tacconi

Ragazzi che saltano sulla scritta Kosovo 10 per la celebrazione del decimo anniversario dell’indipendenza. REUTERS/Ognen Teofilovski.

Serbi da una parte, albanesi dall’altra del fiume Ibar. A nord e a sud, rispettivamente. In mezzo il Ponte nuovo, presidiato dai mezzi della polizia o da Kfor, la missione della Nato nell’ex provincia serba. L’immagine che si ha di Mitrovica è questa. Un’immagine schematica, rigida. Ma fondamentalmente esatta. Questa non è una città: sono due città in una, con i rispettivi ritmi, le rispettive simbologie, persino le rispettive monete. Gli albanesi hanno l’euro; i serbi il dinaro, pur se accettano la valuta degli altri.


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Lo scisma, frutto alla guerra e del principio della separazione etnica che la formò, è netto. Ma se si scava un po’, si scoprono situazioni in cui c’è una superficie di contatto. Come a Bošnjačka mahala. Si trova sulla sponda nord della città, ed è l’unico spicchio di città realmente multietnico. Ci vivono albanesi, serbi e membri delle piccole minoranze del Kosovo: rom, turchi, ashkali, egiziani e bosgnacchi (slavi musulmani), coloro che danno il nome a questo rione. Lo attraversiamo più volte, durante il nostro soggiorno. Strade strette e botteghe modeste, qualche rudere del tempo della guerra e tantissima immondizia in strada: un problema vero, enorme, questo della raccolta dei rifiuti. A Mitrovica e in tutto il Kosovo.

Come vanno le cose tra gli abitanti? Che relazioni ci sono? «La situazione è tranquilla, pacifica. I membri delle varie comunità collaborano e vivono insieme senza problemi, anche se in teoria basta una scintilla per produrre tensioni», spiega Lazar Rakic, uno dei due manager del Mediation Center, una Ong multietnica che forma mediatori capaci di risolvere controversie giuridiche, legate soprattutto ai diritti di proprietà. I mediatori, serbi, albanesi e di altre etnie, hanno una funzione molto importante. Da un lato offrono un’alternativa alla giustizia ordinaria, non proprio efficiente. Dall’altro, conciliano spesso interessi confliggenti tra serbi e albanesi. Insomma: il Mediation Center riesce a proiettarsi su ambo le sponde dell’Ibar. Ha sede proprio a Bošnjačka mahala. Zona neutra, un po’ più al riparo dal radicalismo di chi non accetta scenari collaborativi.

Lazic è serbo, mentre la sua omologa, Zana Syla, è albanese. Lui non parla bene la lingua di lei, lei non sa a sufficienza quella di lui. Comunicano in inglese. «La questione della lingua, oggi, è la vera barriera di Mitrovica. Senza una lingua comune è difficile arrivare a un dialogocostruttivo», dice Rakic.

Molti hanno contezza di questo problema. La diaconia protestante di Mitrovica, per superarlo, ha creato la Urban Dance Crew. È un corpo di danza moderna composto da ragazzi serbi, albanesi, rom, ashkali. Nessuno di loro sa entrambe le lingue della città e del Paese. Non tutti padroneggiano l’inglese. Ma con il linguaggio del corpo trovano il modo di intendersi, di “parlare”. E così si creano relazioni. «La danza è un linguaggio universale. Non importa chi tu sia. Quando balli comunichi qualcosa a te stesso e agli altri. Ed è abbastanza per potersi capire», dice Trinka Berisha, una ragazza albanese della Urban Dance Crew.

Questi giovani ci sanno fare. Si muovono all’unisono, sono snodati e con la loro break dance surriscaldano il parquet del centro giovanile della diaconia, appena oltre il Ponte nuovo, lato albanese. È qui che la Urban Dance Crew prova le coreografie pensate da Benjamin Ibrahimi, un ragazzo rom. Il fatto che ballino su pezzi hip-hop, dance e rap è assolutamente strategico. «Un giorno alcuni ragazzi proposero di fare corsi di danza. Ma avevano in mente il folclore delle rispettive tradizioni. Non era uno strumento capace di unire. Così abbiamo pensato di puntare sulla danza moderna. Una musica dei giorni nostri, che rappresenta un modo di vivere e crea un linguaggio comune», racconta Miradin Bajri, responsabile del centro giovanile.

Andiamo anche all’International Business College, un’università multietnica. Insegnamento in lingua inglese, tassativo. Due i campus: uno a nord e l’altro a sud della città. Fino allo scorso anno accademico il primo era riservato ai serbi, il secondo agli albanesi. Stesse materie, ma impartire in tempi diversi. Da settembre, alla ripresa delle attività, è scoccata però la rivoluzioneserbi e albanesi vanno a lezione insieme. Alcune discipline vengono insegnate nel campus sud, altre in quello nord, nel quartiere bosgnacco.

Assistiamo a una lezione, in quest’ultimo. Al termine parliamo con Leila Mziu, una studentessa albanese. Che effetto ti fa andare in aula con i ragazzi dell’altra etnia?, le chiediamo. «Sulle prime è stato difficile, c’era un po’ di paura. Ma poi ogni problema è stato superato. Tra di noi andiamo d’accordo, talvolta ci frequentiamo anche fuori dall’università». È possibile insomma sciogliere il ghiaccio, un ghiaccio che qui a Mitrovica è molto stratificato, inevitabilmente. Questi ragazzi – c’è da credere – sono cresciuti con l’idea che di là dal fiume ci sia un altro mondo, incompatibile con il loro.

Sentiamo anche il rettore, Brian Staines, scozzese, ex Bristol University. «L’unificazione dei corsi era in programma, da statuto, ma per fare certi passi ci vuole ovviamente tempo. All’inizio abbiamo messo a disposizione delle navette per portare i ragazzi da sud a nord, e da nord a sud. Il passaggio da una parte all’altra della città avrebbe potuto mettere qualcuno in imbarazzo. Ma poi abbiamo visto che le navette non servivano più. Gli studenti superano i ponti sull’Ibar da soli, a piedi». E questo, in una città dove tutto sembra fermo e immobile, riesce almeno a infondere un minimo di speranza.

Quarta e ultima parte del reportage a puntate “Diario da Mitrovica”, di Giorgio Fruscione e Matteo Tacconi, realizzato in occasione dei dieci anni della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo. Potete leggere le altre puntate qui.

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