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Rexhep Hoti: “La lingua albanese è la ricchezza più grande che hanno gli albanesi”

Intervista ripresa liberalmente dal blog di Klodeta Gjini

Avete studiato Lingua e Letteratura presso L’Università di Pristina, ciò significa che siete un grande conoscitore della lingua e dei suoi valori. Come vivete il legame con la lingua stessa? Quanto si diverte con le forme linguistiche?

Rexhep Hoti: La lingua, Che bello! Domandarmi della lingua significa domandarmi della vita delle parole che creo, parole cariche di concetti particolarmente artistici, penso. La lingua albanese secondo me ha tre colonne fondamentali verso le quali dobbiamo inchinarci ogni mattina e sera, non solo noi che la parliamo ma anche gli altri:-La prima, la lingua albanese è la ricchezza più grande che hanno gli albanesi. Onorarla, dedicarsi, amarla e una serie di altre nozioni simili sono limitative per capire il suo peso. Penso che gli albanesi di oggi, mi permettete di usare quest’ espressione indecente per la generalizzazione, siano “ciarlatani” di fronte alla sua potenza e al suo valore;- La seconda, essa è una tra le prime lingue dei popoli del mondo. Cioè, è lingua da quando è nata la civiltà. Come tale, porta con sé anche le orme e lo spirito della prima nascita. Ci sono orizzonti ancora non esplorati che possono fornire molte speranze per comprendere le comunicazioni tra le prime antiche culture proprio tramite l’albanese, anche se siamo nella fase iniziale di molte ipotesi.  Penso che arriverà il momento in cui tramite la lingua albanese cambierà l’odierna  spiegazione della storia dei popoli e delle culture antiche prima del cristianesimo, ma anche di quelle dopo.- La terza, la lingua albanese offre grandi possibilità di portare con sé pensieri in generale e pensieri artistici in particolare. 

Il vostro primo amore è il giornalismo. Avete fondato i quotidiani” Infopress”, “Tribuna shqiptare”, “Sport” e la revista “IPmagazinë”. Come vi hanno aiutato a crescere dal punto di vista professionale queste attività?

Rexhep Hoti: Molti anni prima di “Infopress”, negli anni ’80, ho avuto la possibilità di dirigere la rivista studentesca “Fundamenti” appartenente alla facoltà delle Scienze Matematico – Naturali, perché in quel momento oltre alla facoltà di Lingua e Letteratura studiavo anche biologia. Ero caporedattore ed era il primo giornale per gli studenti che fosse stampato da una tipografia. A quei tempi esisteva un altro organo studentesco bisettimanale, “Bota e Re”, però questo era controllato di fatto dal regime comunista. Anni dopo, verso la fine degli anni ’90, insieme con il grande filosofo albanese Ukshin Hoti per un breve periodo abbiamo lavorato nella rivista “Alternativa” a Lubiana e sempre lì abbiamo fondato il giornale “Demokracia Autentike”. Lì ho fatto i miei primi passi verso un giornalismo autentico. In seguito, con la Libertà del Kosovo, ho fondato una serie di giornali e riviste, tra cui anche quelle che lei ha citato, con l’ obiettivo e la voglia di creare il giornalismo degli albanesi fuori dalla cornice della scuola jugoslava e quello del Enverismo. Lo esprimo con molta cautela, un giornalismo con identità sia albanese che europea, come nella realtà siamo noi albanesi, con o senza l’Unione Europea intesa sia come concetto oppure come contratto politico ed economico. In questa direzione ho subito l’influenza e il lavoro per quasi vent’anni di due grandi personalità della nazione come Ukshin Hoti ed Ismail Kadare. 

Avete pubblicato molti libri: “ Paesi sgrovigliati”, “ Notte del Kosovo”, “ Tempio della parola”, “ Il Kosovo di fronte a sé”, “ Il peso del consenso”, “ Triste intreccio”, “ I geni e il dramma del Kosovo”, ”Il flirto civile e l’ambasciatore”, “Incriminando i ricordi”, “ Monologo del condottiero” e l’ultimo che è un libro con poesie che si chiama “ La campana del silenzio”. Come si intreccia il suo rapporto con il libro e la poesia?

Rexhep Hoti; Ricordo che le mie prime poesie le ho scritte quando avevo circa 11anni: è di questi tempi il legame con la poesia. In seguito, intorno ai 13-14 anni, mi è sembrato più facile scrivere drammi. Più tardi ancora mi sono immerso profondamente nel mondo della lettura e per un lungo periodo non ho scritto niente – mi sembra di non avere scritto niente finché non ho conosciuto le maggiori opere della letteratura mondiale. Il mio percorso insieme a Ukshin Hoti, dall’anno 1985 fino al momento in cui fu rinchiuso in galera dall’occupatore, ha cambiato tutto nella mia vita. Nel romanzo “Notte del Kosovo” ho cercato di dare alle parole quel peso dello spirito di un Prometeo vivo dell’ Europa, la quale però era disinteressata verso di lui, ma, dicendolo con la mano sul cuore, non tanto quanto come gli albanesi ed il loro establishment.La mia fortuna creativa è legata alla fortuna della mia nazione. Nello stesso contesto ho visto anche il legame del mio modo di scrivere con il mondo. In primo lugo verso il mio continente, nei confronti del quale sono molto deluso, tanto quanto sono insofferente anche verso il mio paese. La mia scontetezza verso questi territori che conosco è puramente estetica. Non posso aumentare la pressione verso il mio continente più di quanto io posso fare verso i miei connazionali smembrati, frantumati dietro a glorie in zone che realmente non appartengono loro e che non hanno neanchè la capacità di dirigerle. L’investimento dei miei connazionali sempre fuori dai loro territori di appartenenza è una vecchia malattia. La loro meschinità ha generato grandi errori:qualche volta in modo plausibile, ma nella gran parte dei casi in modo tragico.Le mie creazioni si legano in modo intrinseco con la coscienza individuale, nazionale, continentale e mondiale. Naturalmente l’immaginazione di chi scrive viene sempre sollecitata anche da forme che stanno tra fantasia e verità: le mie opere principalmente hanno avuto tematiche realiste vestite da immaginazione creativa. Prediligo dire quello che sento e penso dentro di mé questo lo faccio nel modo migliore tramite la scrittura: qui trovo mè stesso dentro uno spazio comodo ed in un mondo che penso mi appartenga. 

Vi presentate per la prima volta con un libro di poesie al lettore italiano: cosa troverà nella sua poesia?

Rexhep Hoti: Ho l’impressioneche la poesia suoni molto bene nella lingua italiana. Un giorno, ho pensato, ma perché non provare? Certamente nel fare questo ho avuto anche la spinta dei miei amici, i quali hanno valutato che la mia poesia può essere apprezzata nel paese che è culla della cultura e dell’arte. Nella dedica al mio libro “La Campana del Silenzio” ho scritto: “Per coloro che amano senza età, ma che sentono profondamente il peso degli anni!” Senza dubbio il lettore italiano fin dalle prime pagine del libro capirà che è un libro sull’amore, sulla perdita, sull’antichità e sull’oggi. Il lettore vi può sentire qualcosa di Skanderberg, dell’antichità greca e romana, della letteratura albanese, ma anche della vita e la quotidianità di un kosovaro. 

Pensate di pubblicare in futuro altre opere in italiano?

Rexhep Hoti: Vedrò come sarà accolta la mia opera, se i lettori italiani sono pronti a leggermi io sarò pronto a parlargli nella loro lingua. Adesso il mio libro si trova in formato elettronico – Amazon, IBS.it- ma anche in forma cartacea nelle librerie più conosciute d’Italia come Kimerik, La Feltrinelli, e Mondadori.Mi piacerebbe offrire al lettore italiano oltre ai romanzi anche le mie creazioni poetiche che hanno collegamenti con l’Italia stessa: in prima battutta penso ai poemi “Il perduto a Venezia” e ” Roma”,  i quali si trovano nel libro “Incriminando i ricordi”. Voi dovreste sapere che la prima grande guerra fra civiltà europee si verificò tra i nostri avi i gli avi dei latini, come gli arbëresh definiscono gli italiani. Non siamo casualmente vicini. /Klodeta Gjini

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