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Le donne del Kosovo, discriminate ed escluse dall’eredità

Marigona Buja, la cui vicenda viene raccontata in questo approfondimento – © Agan Kosumi /Kosovo 2.0 

Benché in Kosovo la legislazione garantisca pari diritti e libertà a uomini e donne, spesso queste ultime sono private della loro parte di eredità. Ed anche in caso di divorzio, raramente riescono a ottenere la restituzione dei loro beni

Di Halim Kafexholli Osservatorio Sui Balcani

(Originariamente pubblicato dal portale Kosovo 2.0 10 dicembre 2020)

Marigona Buja afferma senza esitazioni che la sua ex casa su due piani a Lipjan (Lipljan) non era il posto giusto per lei. Vi ha vissuto per più di un anno dopo essersi sposata nell’ottobre 2014 con un matrimonio combinato, concordato tra la sua famiglia e quella del suo futuro marito.

Marigona racconta che pochi giorni dopo il matrimonio aveva capito che l’unico ruolo riservatole dalla famiglia di suo marito era quello di serva. L’unico posto dove riusciva a trovare un po’ di pace era un bagno situato al secondo piano della casa.

“Lì piangevo, bestemmiavo, maledicevo”, racconta Marigona, 29 anni, originaria del villaggio di Bujan (Bujance) nei pressi di Lipjan.

Marigona spiega di non aver potuto godere dell’intimità nemmeno nella camera da letto perché suo suocero aveva modificato la porta in modo da poter aprirla dall’esterno anche quando era chiusa a chiave.

Suo suocero – come afferma Marigona – aveva introdotto questo regime di controllo e sorveglianza mentre suo marito era in Germania, dove lavorava. Ogni volta che Marigona aveva raccontato a suo marito del comportamento di suo padre, la risposta era stata sempre la stessa: “Mio padre è padrone della casa, mi inchino davanti a lui e davanti a Dio”.

I rapporti tra Marigona e i suoi suoceri iniziarono a deterioriarsi all’inizio del 2015 dopo che Marigona rimase incinta. Marigona spiega che suo suocero era diventato ancora più crudele nei suoi confronti dopo aver scoperto che portava in grembo una femmina.

Marigona fu costretta a stare in piedi tutto il giorno e a svolgere tutti i lavori in casa dove, oltre a lei e suo marito, vivevano anche i suoi suoceri e suo cognato. Per Marigona fu particolarmente difficile riuscire a pulire l’intero muro di recinzione del giardino in un giorno, e poi la sera stare in piedi per diverse ore.

“[Il mio ex suocero] non permetteva a nessuno di andare a dormire prima di lui e io dovevo stare in piedi tutto il tempo per versargli il tè. Spesso sia io che gli altri membri della famiglia dovevamo rimanere in piedi fino alle 3 o alle 4 del mattino. Mio suocero diceva: ‘Sono io il maschio di casa, voi siete i miei servi’”.

Marigona aveva iniziato a studiare lingua e letteratura albanese presso l’Università di Pristina, ma i suoi suoceri le hanno impedito di proseguire gli studi, sostenendo che non avrebbe bisogno della scuola. Non le era consentito nemmeno di visitare i suoi genitori da sola, doveva sempre essere accompagnata da un membro della famiglia del suo ex marito.

Marigona non si è mai sentita a suo agio nella casa dei suoi suoceri perché suo suocero non faceva altro che impartirle ordini e controllare ogni suo movimento.

Una delle esperienze più umilianti vissute da Marigona è stata la cosiddetta “presa di mano”, un rituale arcaico tuttora praticato in Kosovo. Secondo la tradizione, la neo-sposa – oltre a dover aspettare in piedi e servire i suoi suoceri – deve salutare i parenti di suo marito e altri ospiti, perlopiù donne, prendendo la loro mano e muovendola attentamente su e giù lungo il viso, per tutto il tempo guardando verso il basso.

“Ogni giorno dovevo prendere la mano dei parenti di mio marito”, racconta Marigona, ricordando che il rituale si era protratto per diverse settimane dopo il matrimonio. Marigona aveva accettato di sottoporsi a questa pratica umiliante per non creare problemi alla sua famiglia.

Tuttavia, dopo la nascita di sua figlia la situazione si era ulteriormente deteriorata. Il medico aveva consigliato a Marigona di rimanere a letto per dieci giorni dopo il parto, ma suo suocero aveva ignorato il consiglio del medico, ordinando a Marigona di ricominciare a fare i lavori domestici tre giorni dopo il parto.

Proprio in quei giorni la madre, il padre e il fratello di Marigona erano venuti a visitarla, ma quando avevano visto le condizioni in cui si trovava, costretta a servire gli ospiti pochi giorni dopo il parto, la tensione sfociò in un litigio, trasformatosi poi in uno scontro fisico tra l’ex suocero e l’ex marito di Marigona da una parte e i suoi familiari dall’altra.

Marigona nel frattempo era riuscita a prendere la figlia e se n’era andata con i suoi genitori.

La lotta contro il patriarcato

Nel settembre del 2015 Marigona tornò quindi nella casa dei suoi genitori nel villaggio di Bujan, dove vive tuttora. In quello stesso mese sporse denuncia contro il suo ex suocero per violenza psicologica, chiedendo inoltre che a carico dell’indagato venisse disposto il divieto di avvicinamento ai luoghi da lei frequentati. Marigona denunciò il suo ex suocero anche per molestie.

Secondo il Codice penale del Kosovo, il molestatore è chiunque ponga in essere comportamenti reiterati o intrusivi finalizzati a molestare, intimidire, ferire, danneggiare proprietà o uccidere una persona o i suoi figli […] o chiunque sottoponga un’altra persona alla sorveglianza con lo scopo di molestare, intimidire, ferire, danneggiare proprietà o uccidere quella persona o i suoi figli”.

Marigona spiega di essere stata costretta a subire quotidianamente varie forme di violenza psicologica durante l’intero periodo trascorso nella casa dei suoi ex-suoceri, motivo per cui ha deciso di denunciare il suo ex suocero. Aggiunge però di essere amareggiata perché il processo penale procede lentamente e il suo ex suocero – che continua a minacciarla – viene spesso trattato come se fosse la vittima.

“Non le permetterò di prendere mia nipote, anche se dovesse finire con spargimento di sangue”, ha affermato l’ex suocero di Marigona davanti al giudice. “Non vi sembra questa una minaccia?”, chiede Marigona.

Con la sentenza emessa il 21 settembre 2020, il tribunale di Lipjan ha condannato l’ex suocero di Marigona a sei mesi di reclusione, ritenendolo colpevole del reato di molestia. Secondo quanto riportato dai media locali, nell’atto di accusa presentato dalla procura di Pristina si afferma che, nel periodo compreso tra ottobre 2014 e agosto 2015, Q.S. [l’ex suocero di Marigona] si rivolgeva continuamente alla parte lesa con parole offensive con l’intento di molestarla.

Successivamente però il giudice ha sostituito la pena detentiva con una pena pecuniaria di 2000 euro e l’ex suocero di Marigona è stato scarcerato.

Il procedimento penale avviato contro il suo ex suocero è stato solo uno dei processi che Marigona ha dovuto affrontare. Durante il procedimento di divorzio di solito viene affrontata anche la questione della divisione dei beni. In questi casi, il sistema giudiziario kosovaro favorisce un approccio selettivo e discriminatorio che non tiene in considerazione la sofferenza delle donne. Un approccio che ormai da anni viene criticato da diverse organizzazioni e attivisti per i diritti delle donne.

Luljeta Demolli, direttrice del Centro kosovaro di studi di genere, spiega che in Kosovo durante il processo di divorzio viene spesso applicato un approccio indifferente nei confronti delle donne, cioè un approccio che protegge gli uomini, privando le donne del diritto all’eredità.

“La violenza, l’eredità e lo status delle persone coinvolte sono elementi interconnessi, e anche i giudici tendono a privilegiare l’uso delle norme tradizionali: il patriarcato favorisce gli uomini, facendo sì che mantengano la posizione di potere anche all’interno delle istituzioni”, spiega Luljeta Demolli.

Benché il Kosovo abbia aggiornato la legislazione nazionale, garantendo alle donne diritti e libertà uguali a quelli degli uomini e applicando vari strumenti internazionali, come la Convenzione dell’Onu sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donne, i dipendenti pubblici spesso agiscono in base ai valori patriarcali.

Luljeta Demolli spiega che in Kosovo l’organizzazione della vita domestica, pur essendo meno rigida che in passato, ancora oggi poggia su un sistema patriarcale basato sul Kanun di Lek Dukagjini, un sistema che è sempre stato incentrato sull’autorità del marito sulla moglie, privando così le donne del diritto alla libera scelta.

Secondo il Kanun, il matrimonio deve essere concordato tra uomini o tramite un intermediario, una prassi sopravvissuta fino ai nostri giorni, come dimostra il caso di Marigona Buja. Inoltre, il Kanun prevede che sia il padre (o in alternativa il fratello o un cugino) a decidere del matrimonio della figlia e che il compito principale delle donne sia quello di svolgere lavori fisici e di procreare.

Le norme del Kanun, tramandate di generazione in generazione, spingono le donne in una posizione marginale all’interno della famiglia, anche per quanto riguarda il diritto all’eredità.

Lo dimostra chiaramente il caso di Marigona. Nonostante la legge kosovara sulla famiglia equipari i beni conseguiti durante il matrimonio a beni speciali, dopo aver deciso di lasciare la casa dei suoi suoceri Marigona non ha potuto portare con sé alcuno dei beni che le appartenevano.

“Mi hanno impedito di prendere i regali che avevo ricevuto dalla mia famiglia, perlopiù gioielli, oggetti in oro, vestiti. Allora ho chiesto che quei beni mi venissero restituiti ma la mia richiesta è stata respinta”, spiega Marigona.

Anche Arjeta Gashi di Pristina ha vissuto un’esperienza simile durante il divorzio: le è stato negato il diritto di recuperare i suoi beni in quanto non avrebbe contribuito in alcun modo alla formazione del patrimonio familiare.

Arjeta ha vissuto per sette anni nella casa della famiglia del suo ex marito, e poi altri tre anni in un appartamento intestato al suo ex marito.

“La casa in cui abbiamo vissuto nei primi sette anni di matrimonio era di proprietà dei suoi genitori, ma dopo il matrimonio ho buttato via tutte le cose vecchie, sostituendole con nuove. Ho comprato tutto, dai cucchiaini alle lampade. Anche la camera da letto, tutto”, spiega Arjeta, aggiungendo: “Quando mi sono sposata i miei genitori mi hanno regalato molte cose: stoviglie, mobili per la camera da letto, lavatrice, lavastoviglie, mobili per la camera di mio figlio… Molti oggetti in quella casa sono miei”.

Nel 2016 Arjeta ha sporto denuncia contro il suo ex marito per aver contestato il suo diritto a recuperare una parte del patrimonio familiare. Secondo la legge sulla famiglia, i beni acquistati durante il matrimonio rappresentano il patrimonio comune dei coniugi, ciononostante il tribunale di Pristina, dopo undici udienze tenutesi tra il 2016 e il 2018, ha respinto il ricorso presentato da Arjeta.

Arjeta spiega che, oltre ad aver contribuito alla formazione del patrimonio familiare mentre viveva nella casa dei suoi ex suoceri, aveva anche preso un mutuo per ristrutturare l’appartamento in cui aveva vissuto negli ultimi tre anni di matrimonio. Stando alle sue parole, aveva investito 7000 euro per la ristrutturazione dell’appartamento, ma il tribunale non ha preso in considerazione le prove fornite al riguardo.

“Avevo lasciato l’appartamento con mio figlio senza portare via nulla, solo con i vestiti che avevo addosso”, afferma Arjeta.

Arjeta ha poi chiesto l’annullamento della sentenza di primo grado, dopodiché la Corte d’appello ha ordinato un nuovo processo.

“Dall’inizio del processo il giudice è cambiato tre volte. L’ultimo giudice mi ha molto scoraggiata. Ha stabilito che il mio contributo [al patrimonio familiare] è pari a 10mila euro, una stima in linea con quella precedentemente fatta dal mio ex marito”, afferma Arjeta, aggiungendo di essere stanca. “Sono stanca di andare in tribunale ogni mese, è stressante”.

Nel novembre del 2019 Arjeta ha presentato un altro ricorso davanti alla Corte d’appello ed è ancora in attesa del verdetto finale.

Oltre al suo lavoro presso il KOSTTI (gestore della rete di trasmissione elettrica del Kosovo), dove ha lavorato per dieci anni, Arjeta, esattamente come Marigona, svolgeva quotidianamente lavori domestici, prendendosi inoltre cura del figlio.

Secondo la legge sulla famiglia, la cura dei figli rappresenta un contributo alla vita familiare, insieme ai “lavori domestici, la cura e la gestione dei beni e qualsiasi tipo di attività e collaborazione che riguarda la gestione, la preservazione e l’incremento del patrimonio comune”.

Arjeta afferma che, nel suo caso, il tribunale non ha tenuto in considerazione questa norma.

“Ho vissuto in quella casa per cinque anni, con due persone anziane. Facevo tutti i lavori domestici, mi occupavo della cucina, pulivo i bagni, facevo tutto io. Mia suocera mi aiutava un po’, ma per quanto riguarda le pulizie e la preparazione dei pasti facevo tutto da sola. Mio marito non mi aiutava nemmeno nella cura di nostro figlio”, spiega Arjeta.

Secondo uno studio condotto dall’Istituto Riinvest, le donne che, come Arjeta, lavorano nel settore privato trascorrono 2-3 ore al giorno prendendosi cura dei familiari e svolgendo altri lavori domestici non retribuiti. Stando a questa ricerca, le donne kosovare lavorano in media 10 ore e 30 minuti al giorno, quindi fanno una sorta di “doppio turno”.

Arjeta ha fondato l’Associazione dei genitori soli che fornisce sostegno alle madri single, aiutandole a proteggere la propria privacy e a prendersi cura dei figli. L’associazione inoltre fornisce sostegno ai genitori e bambini coinvolti in procedimenti di divorzio, organizzando riunioni e offrendo consulenza legale.

Arjeta spiega che il più grande problema con cui si confrontano le madri single è la mancanza di un luogo dove rifugiarsi perché molte di loro hanno lasciato la casa coniugale senza portare con sé nulla, “solo con quello che avevano addosso”.

“Molte donne faticano a trovare un posto dove rifugiarsi, per cui vanno dai genitori o dai cugini, ma alcune donne tornano [alla casa del marito] perché non hanno alcun altro posto dove andare”, afferma Arjeta, che nel 2013 è tornata a vivere con i suoi genitori.

“Una donna è tornata alla casa del marito a Dragash perché quest’ultimo le aveva promesso che l’avrebbe picchiata meno”, spiega Arjeta, aggiungendo che solo in un caso su 100 è il marito a lasciare la casa coniugale.

“[Le donne] vengono buttate fuori di casa come se fossero vecchi stracci”, afferma Arjeta, aggiungendo che alcune donne le hanno chiesto se potessero vendere un rene per comprare casa.

Anche Fatima (non è il suo vero nome) è stata costretta a lasciare la casa in cui ha vissuto per 33 anni con suo marito, ormai scomparso. Tuttavia, a differenza di Arjeta, Fatima non ha abbandonato la casa familiare a causa di un procedimento penale o perché sottoposta a pressioni, bensì per il fatto di non avere figli.

Fatima spiega di aver sofferto molto perché non poteva avere figli e per questo motivo è stata sottoposta a costanti pressioni da parte di alcuni amici e persone a lei vicine.

“Io non ero molto preoccupata per il fatto di non avere figli, ma quando abbiamo notato che certe persone ci guardavano come se fossimo due poveracci solo perché non avevamo figli, dicendo: ‘Spero che Dio vi regali un figlio’, questo creava una forte tensione. Mio marito si arrabbiava parecchio quando sentiva pronunciare quella frase”, spiega Fatima.

Nei trentatré anni trascorsi nella casa coniugale, situata in una zona remota del comune di Rahovec (Orahovac), Fatima faceva tutti i lavori domestici.

“Il mio corpo è ormai logoro. Quella casa aveva due piani con sottotetto. Io lavavo, pulivo, cucinavo, sentendomi depressa”, ricorda Fatima. Nonostante suo marito non l’abbia mai costretta a fare i lavori domestici, Fatima ritiene che le faccende domestiche rientrino nei doveri della donna, cioè in quelli che la società considera come doveri della donna sulla base di una divisione dei ruoli di genere.

Poco dopo aver festeggiato il 33° anniversario del matrimonio, il marito di Fatima è deceduto dopo una lunga malattia, lasciandola sola in quella grande casa che Fatima ha definitivamente abbandonato alcuni giorni dopo la morte del marito.

“Appena conclusa la veglia per mio marito, sono arrivati i suoi fratelli chiedendomi: ‘Fatima, come vuoi come che facciamo?’. In realtà, mi chiedevano quando intendevo lasciare la casa e i beni familiari”, spiega Fatima.

Pur avendo sospettato fin dall’inizio che i fratelli di suo marito le avrebbero chiesto di lasciare la casa, Fatima dice che non è stato facile abbandonare la casa in cui ha vissuto per 33 anni.

“È stato ancora peggio di quella volta che abbiamo dovuto lasciare la casa durante la guerra. Ho persino dimenticato la tristezza provata per la morte di mio marito”, ricorda Fatima, aggiungendo che anche i suoi fratelli, più giovani di lei, ritenevano che quella casa non le appartenesse.

Fatima afferma che aveva più volte chiesto al marito di vendere la casa nel villaggio e di trasferirsi in città dove, stando alle sue parole, “sarebbe stato più facile proteggere la proprietà”, ma suo marito non ha voluto farlo.

Nonostante si sia risposata, formando una nuova famiglia, Fatima – come afferma lei stessa – non riesce a dimenticare il suo primo marito, la loro casa e il giardino.

“Dopo essermi risposata sono tornata in quel villaggio una volta sola. Quando sono passata davanti a quella casa il mio intero corpo ha cominciato a tremare”, afferma Fatima, aggiungendo: “Per noi donne è difficile, perché senza un uomo accanto non possiamo contare su alcun appoggio”.

Donne relegate in casa

Adelina Tërshani, attivista della Rete delle donne del Kosovo impegnata nella promozione della parità di genere, ha una posizione fortemente critica nei confronti del concetto di casa coniugale prevalente in una società patriarcale come quella kosovara.

“Una società patriarcale ovunque, in ogni momento cerca di escludere la donna dal concetto di casa, sia a livello fisico che emotivo”, spiega Tërshani, precisando: “La casa è l’ultimo bene che una donna può sperare di ottenere, anche quando si tratta della casa di suo padre o marito. Alle giovani donne spesso viene detto: ‘Questa non è la tua casa. La tua casa sarà quella di tuo marito’. Ma una donna non può considerare come propria nemmeno la casa di suo marito”.

Adelina Tërshani spiega inoltre che la percezione, diffusa nella cultura albanese, del ruolo della donna nella famiglia rappresenta un caposaldo dell’ideologia patriarcale.

Anche Luljeta Demolli è dello stesso parere. Stando alle sue parole, tutti gli aspetti legati a questa problematica, dal modo di costruire una casa alla sua gestione, rispecchiano le dinamiche di marginalizzazione sociale delle donne.

“Tre piani per tre fratelli”, recita un vecchio proverbio albanese secondo cui – come afferma anche Luljeta Demolli – i piani superiori di una casa sono riservati agli uomini.

L’architetto Amisa Kryeziu spiega che anche l’architettura di una casa, soprattutto il suo aspetto esteriore, rispecchia il potere maschile.

“La tendenza, particolarmente diffusa nelle aree rurali, a costruire tre o quattro case identiche, una accanto l’altra, destinate agli eredi maschi della famiglia, è un fenomeno molto curioso studiato dalla psicologia dell’architettura”, afferma Amisa Kryeziu.

Stando alle sue parole, anche l’organizzazione interna della casa rispecchia una simile logica del potere, e il ruolo della donna è limitato alla cura dei figli, alle pulizie e alla cucina.

Luljeta Demolli spiega che dalla donna ci si aspetta che si dedichi alla cucina e alla procreazione, motivo per cui lo spazio all’interno della casa in cui la donna può rilassarsi è molto ridotto.

“Ad esempio, nel soggiorno ci sono due divani. Su un divano è steso il marito, mentre l’altro divano è riservato ai giovani per guardare la televisione”, afferma Luljeta Demolli e aggiunge: “La casa viene costruita in base alla logica secondo cui le donne devono stare in piedi, in cucina. Oppure in camera da letto. Quindi, o stanno in piedi o devono sdraiarsi sul letto”.

“Vedo che oggi vanno di moda quei grandi televisori, molto costosi, e gli uomini se li comprano. Uno di questi televisori costa quanto una macchina. Una donna forse non ha nemmeno una macchina per andare al lavoro, ma suo marito, che decide tutto, ha un enorme televisore”, spiega Demolli.

“Casa del padre, casa del marito”

Nonostante in Kosovo la legge garantisca alle donne il diritto all’eredità, in pratica viene rispettata una norma tradizionale che consente agli uomini di decidere autonomamente in merito a quest’ultima. Il rifiuto dell’idea secondo cui anche la donna ha diritto all’eredità è un fenomeno che perdura nel tempo e viene tramandato ai figli.

Luljeta Demolli spiega che in Kosovo ai figli maschi viene promesso che erediteranno tutti i beni dei loro genitori, mentre le figlie vengono escluse dall’eredità.

“Ai figli maschi vengono cantate le ninne nanne e raccontate le storie il cui messaggio è: ‘Dormi profondamente, ti appartiene tutto’ oppure: ‘Vivi, realizza i tuoi sogni, lavora, studia, perché tutto quello che abbiamo è tuo’. Per le ragazze è molto difficile ascoltare tutte queste promesse fatte ai ragazzi”, afferma Demolli.

Iliriana Gashi, direttrice dell’associazione Donne per le donne del Kosovo che da 15 anni aiuta le donne kosovare a raggiungere l’indipendenza economica, spiega che in Kosovo spesso nemmeno le donne credono di avere diritto all’eredità perché ormai hanno interiorizzato l’idea secondo cui i beni familiari apparterrebbero solo agli uomini.

“Non conosco alcuna lingua, alcuna cultura in cui i proverbi del tipo. ‘Casa del padre, casa del marito’ siano più ricorrenti che in Kosovo”, afferma Iliriana Gashi, aggiungendo che la rinuncia volontaria all’eredità da parte delle donne contribuisce alla subordinazione della moglie al marito. “Tuttavia, molte donne sono costrette a sopportare l’oppressione da parte del marito perché nemmeno nella casa paterna possono aspettarsi un trattamento migliore”, spiega Gashi.

Stando ai dati raccolti da diverse organizzazioni per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, ma anche secondo le informazioni pubblicate dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) nell’ambito di un programma dedicato al diritto all’eredità, in Kosovo solo il 16% dei beni è intestato a donne. Secondo una ricerca condotta da Eulex, di tutti i paesi della regione il Kosovo ha il tasso più basso di donne proprietarie di un bene immobile, seguito da Bosnia Erzegovina (dove il 25% delle donne possiede un immobile), Montenegro (circa il 30%), Albania (oltre il 30%) e Serbia (quasi il 40%).

Nonostante non ci siano dati sul numero di case intestate a donne, Luljeta Demolli afferma che in Kosovo la percentuale di donne proprietarie di una casa non supera il 3%. Considerando che – secondo gli ultimi dati dell’Istituto statistico kosovaro, risalenti al 2011 – in Kosovo il numero di abitazioni occupate da almeno una persona residente è pari a 248.000, significa che solo 7400 case sono intestate a donne.

Stando ai dati del Centro kosovaro per gli studi di genere, in Kosovo il 18% dei beni immobili è intestato ad entrambi i coniugi. Nel 2016, su iniziativa dell’Agenzia del catasto e dell’Agenzia per l’uguaglianza di genere, il governo kosovaro ha adottato un vademecum sulle misure speciali per i beni immobili comuni dei coniugi, secondo cui i beni comuni sono beni acquistati durante il matrimonio, intestati e gestiti da entrambi i coniugi. La titolarità di questi beni non può essere cambiata senza il consenso di entrambi i coniugi.

Tuttavia, stando alla parole dell’avvocato Asdren Bytyqi, ci sono alcune procedure che non contribuiscono all’uguaglianza di genere, non solo per quanto riguarda i procedimenti di divorzio, ma anche la divisione dell’eredità tra fratelli e sorelle.

“Il problema è che in queste situazioni i fratelli concedono una parte dell’eredità solo alle sorelle con cui vanno d’accordo”, afferma Bytyqi, precisando: “Ad esempio, dicono che ci sono cinque fratelli, senza menzionare le sorelle, perché l’erede deve solo compilare un formulario, e il comune non dispone di alcun meccanismo per verificare se le informazioni riportate nel formulario siano vere”.

Bytyqi spiega inoltre che la falsa dichiarazione di successione è reato, ma nella maggior parte dei casi le sanzioni sono di tipo pecuniario. Bytyqi cita l’esempio di una donna da lui difesa in un procedimento riguardante l’eredità di beni per un valore complessivo di sette milioni di euro. I suoi fratelli non l’hanno citata nella dichiarazione di successione, venendo poi puniti con una sanzione di 1000 euro.

“Credo che questo caso sia il miglior indicatore di quanto le donne siano discriminate nella nostra società”, afferma Bytyqi.

Stando alle sue parole le istituzioni dovrebbero impegnarsi a digitalizzare la procedura di dichiarazione di successione e a introdurre un sistema di registrazione dei testamenti, per evitare che le donne vengano escluse dall’eredità.

“Lo stato deve proteggere le donne già nella prima fase in cui entrano in contatto con gli enti preposti alla registrazione, perché esiste un grande divario tra gli enti locali proprio a causa della mancanza di un sistema digitalizzato e funzionale, in grado di identificare tutti gli eredi viventi o i discendenti dell’erede deceduto”, spiega Bytyqi.

La situazione è simile anche per quanto riguarda la rinuncia all’eredità. Nonostante questa questione sia regolamentata dalla legge sulla proprietà, non esiste alcun meccanismo per verificare se la rinuncia all’eredità sia volontaria o imposta.

Per quanto riguarda invece il divorzio, le maggiori difficoltà incontrate dalle donne riguardano la divisione dei beni, anche perché i tribunali si rifiutano di fornire informazioni sulle possibilità di sostituire un bene con un altro, di solito privilegiando gli uomini perché nella maggior parte dei casi i beni sono intestati a loro.

“Seguivo un caso in cui il tribunale ha respinto il ricorso della moglie secondo la quale il patrimonio familiare era aumentato durante il matrimonio perché sia lei che suo marito lavoravano, contribuendo anche alle spese di ristrutturazione della casa. Ma quando è giunto il momento di dividere i beni, il marito ha presentato alcuni documenti in cui si affermava che tutti i beni erano intestati a suo padre”, spiega Bytyqi.

Luljeta Aliu, attivista e direttrice dell’ong Inject – iniziativa per la giustizia e l’uguaglianza, ha vissuto un’esperienza simile. Dopo tre anni trascorsi con suo marito in Svizzera, nel 2007, su insistenza del marito, Luljeta si è trasferita a Pristina.

I problemi sono iniziati nel 2011 quando Luljeta ha scoperto che la casa di 600 mq costruita nel 2008 – in cui Luljeta, come afferma lei stessa, ha investito più  del marito – era intestata al padre del suo ormai ex marito Bekim Krasniqi.

“Abbiamo costruito quella casa decidendo di intestarla ad entrambi. Non abbiamo firmato niente ma ho agito in buona fede”, spiega Luljeta che ha scoperto per caso che la casa non era intestata né a lei né a suo marito.

“È intestata a mio padre, e allora?”, ha affermato l’ex marito di Luljeta, promettendole che avrebbe risolto il problema, ma non lo ha mai fatto.

Alcuni anni dopo la tensione è sfociata in violenza fisica e nel 2017 Luljeta ha deciso di denunciare il marito, ma gli agenti di polizia si sono rifiutati di accogliere la denuncia, affermando che Luljeta non era vestita in modo adeguato quando si è recata in polizia.

Nel luglio del 2019 Luljeta ha sporto denuncia contro il ministero dell’Interno e cinque agenti di polizia per discriminazione, chiedendo un risarcimento per danni morali di 100.000 euro. Il procedimento è ancora in corso.

Luljeta è attualmente coinvolta anche in altri processi, sia come parte ricorrente che come parte resistente. Dal 2017 è coinvolta in alcuni procedimenti avviati contro il suo ex marito, accusato di violenza economica e di essersi rifiutato di dividere i beni acquistati durante il matrimonio. L’ex suocero di Luljeta ha invece sporto denuncia contro di lei allo scopo di costringerla a lasciare la casa contesa dove Luljeta vive tuttora con le sue due figlie.

“Non voglio andarmene, è la mia casa. È mia perché lì sono cresciuti i miei figli”, afferma Luljeta.

Luljeta dice di non essere soddisfatta del collegio giudicante nel processo avviato nei suoi confronti, denunciando inoltre la negligenza delle autorità giudiziarie. Stando alle sue parole, la magistratura kosovara rispecchia un sistema maschile che poggia su una mentalità oppressiva nei confronti delle donne.

Anche Adelina Tërshani e Luljeta Demolli sono dello stesso parere. Dicono che in Kosovo molti giudici non dividono il loro patrimonio in parti uguali tra figli e figlie e non condividono la proprietà dei beni con la moglie, motivo per cui nel corso dei procedimenti penali tendono a privare le donne del diritto all’eredità.

Un’ipotesi confermata anche da uno studio realizzato nel 2019 dal Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) in cui si legge che in Kosovo nessun presidente di un tribunale è comproprietario di un bene insieme a sua moglie e che delle 1304 donne impiegate nella pubblica amministrazione solo 35 condividono la proprietà di un bene immobile con il marito.

Il caso di Shyhrete Berisha ha sollevato parecchie polemiche riguardanti la tendenza a negare alle donne kosovare il diritto all’eredità. Shyhrete Berisha è l’unica sopravvissuta al massacro di Suhareke (Suva Reka), avvenuto il 26 marzo 1999, quando un poliziotto serbo uccise suo marito e i loro quattro figli.

Dopo la guerra la famiglia di suo marito ha impedito a Shyhrete non solo di diventare proprietaria ma persino di entrare nella casa in cui aveva vissuto con suo marito e i loro figli fino allo scoppio della guerra nel 1999. Nel 2005 Shyhrete ha sporto denuncia contro la famiglia di suo marito e il tribunale di Prizren, con una sentenza emessa nel 2017, ha riconosciuto il diritto di Shyhrete al 50% della casa. Poco dopo però i fratelli di suo marito hanno presentato un ricorso alla Corte d’appello e il procedimento è ancora pendente.

Nonostante molte donne in Kosovo non possano aspettarsi di ottenere giustizia e di vedersi riconosciuto il diritto all’eredità, alcune donne hanno cominciato a opporsi alle prassi discriminatorie, richiamando l’attenzione su questa questione. Tuttavia, molte donne che chiedono giustizia sono spesso vittime di pregiudizi e di stigmatizzazione da parte dei loro familiari e dell’intera società.

Lo conferma il caso di Marigona. Ogni giorno Marigona compie il viaggio dal villaggio in cui vive con i suoi genitori, formato da una cinquantina di case, a Pristina dove lavora in un’azienda privata. E ogni giorno deve fare i conti con gli sguardi dei vicini, sguardi che – come afferma Marigona – “parlano”.

“Quando scendo dall’autobus i miei familiari vengono a prendermi. Non oso tornare a piedi perché [i vicini] mi fissano con lo sguardo mentre cammino verso casa. Alcuni lo fanno perché hanno dei pregiudizi, altri perché mi compiangono”, afferma Marigona. E aggiunge: “Sono una delle prime donne del villaggio ad aver divorziato dal marito, portando con sé i figli”.

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