Home Approccio Italo Albanese “Neritan, trent’anni fa ti ho accolto, ora come stai?” l’appello da Brindisi...

“Neritan, trent’anni fa ti ho accolto, ora come stai?” l’appello da Brindisi per ritrovare il ragazzo sbarcato dall’Albania

di Lucia Portolano, Repubblica.it

La lettera spedita dai genitori di Neritan
Mino Marinazzo nel 1991 fu uno di brindisini che aprì le porte di casa ai profughi arrivati dall’Albania: “Neritan aveva 19 anni e rimase due mesi e mezzo a casa mia prima di partire per il Nord. Era taciturno ed educato, pieno di speranze per l?italia che vedeva come un Eldorado. Di lui mi resta solo una lettera che mi spedì la sua famiglia”

Era in un vecchio cartone, uno di quelli che restano intatti anche dopo i vari traslochi. Una lettera di 30 anni fa, arrivata in una casa di Brindisi qualche mese dopo il grande esodo albanese. Era il 7 marzo del 1991 quando su un grande barcone arrivarono oltre 25mila persone: donne, uomini e bambini di ogni età, con loro non avevano portato nulla, solo speranza. Erano partiti dall’Albania verso l’Italia, quell’Italia che avevano visto solo in tv e che ai loro occhi sembrava l’Eldorado.

Su quel barcone tra quella fiumana di gente c’era Neritan, un ragazzo di 19 anni. Era arrivato da solo, i suoi genitori erano rimasti a Tirana. In quei mesi Brindisi aprì le sue braccia e accolse la grande ondata umana. Dopo quel giorno ci furono altri arrivi. La città tutta si fermò per accoglierli. Non bastavano i luoghi deputati, la gente dormiva nelle scuole, nelle parrocchie, e i primi giorni anche per strada, nei portoni dei palazzi e sotto i portici nei vari quartieri. Ci fu grande mobilitazione, servivano vestiti, coperte, cibo, acqua, latte per i bambini. Nessuno si tirò indietro. A un certo punto le parrocchie chiesero ai cittadini di accogliere nelle proprie case le famiglie, di ospitare i profughi.

E fu così che un giornalista, Mino Marinazzo, ospitò nel suo monolocale Neritan. Il ragazzo era stato prima nella parrocchia del quartiere Casale, e poi si trasferì a casa di Marinazzo. Una piccola abitazione, dove il giornalista viveva, con un divano letto nell’ingresso. Neretin rimase con lui due mesi e mezzo, pranzavano e cenavano ogni giorno insieme. “Era un ragazzo taciturno – racconta Marinazzo – di poche parole, ma molto educato e a modo”. A fine maggio andò via, decise di partire verso il Nord con un gruppo di amici per trovare un lavoro. A Brindisi non c’erano molte possibilità, in quei mesi non era riuscito a trovare nulla. Neritan partì e il giornalista non ebbe più sue notizie.

“Gli diedi i soldi per il treno e qualcosa per poter vivere – racconta Marinazzo – salì sul treno e non lo vidi più. Mi piacerebbe sapere come sta e dove si trova”.

Di Neretin a Marinazzo resta però una lettera. La lettera dei suoi genitori che il giornalista ricevette solo dopo qualche mese dalla partenza del ragazzo. Il foglio riporta la data del 15 giugno 1991. Era stata scritta dal papà di Neretin che lo ringraziava per quello che aveva fatto per suo figlio, ma soprattutto gli chiedeva di stargli vicino per il futuro. Forse neanche i suoi genitori avevano più notizie di lui. Allora era difficile comunicare, soprattutto con l’Albania.

“Non sappiamo come ringraziarvi, ma siamo tanto preoccupati per il suo destino – scrive il padre nella lettera- per noi che siamo così lontani è una cosa straordinaria pensare che nostro figlio abbia incontrato della brava gente come voi”. Una lettera scritta a mano, con una grafia delicata e chiara, in un italiano stentato. “Scusaci per il disturbo- scrivono ancora questi due genitori – ma anche noi come voi siamo preoccupati per il suo destino, dal fatto che lui è molto giovane, è ancora un giovincello. Vi prego, gli parli, gli dia un consiglio come se fosse suo fratello, perché da noi si dice: i giovani volano come i venti”. Tanta premura e tanta preoccupazione nelle parole di questo padre e di questa madre che hanno affidato al mare il loro figlio e che vedevano nel giornalista una possibilità, una salvezza. “Per la generosità mostrata verso Neritan – aggiungono – voi avrete in me un amico vero in Albania. Noi abbiamo fiducia in nostro figlio, ma è giovane e per questo ci trema il cuore per lui. Noi speriamo di avere buone notizie. Che Dio vi benedica per la vostra bontà. Tante belle cose per voi e la vostra famiglia”.

Marinazzo rispose subito a quella lettera, spiegò che Neritan era già partito. E a distanza di 30 anni le parole di quei genitori fanno ancor più effetto. E risuonano nei destini di migliaia di ragazzi che ancora oggi arrivano sulle coste italiane alla ricerca di fortuna e di una vita migliore, mentre i loro cari sono rimasti in terre lontane./Bari.Repubblica.it

Share: