Home Approccio Italo Albanese Storie che voglio raccontare. Anilda Ibrahimi

Storie che voglio raccontare. Anilda Ibrahimi

Intervista tratta da Fabio M. Rocchi, Le prime voci dell’italofonia albanese, Artemide, Roma 2021, pp. 216-223).

  1. Da tue precedenti interviste si percepisce come esaurito il tuo rapporto con l’Albania. La porti con te ma ne hai già preso, mi sembra, tutto quanto di meglio, anche in termini di suggestioni poetiche e di immaginario, poteva trasferirti. Come ti appare oggi la tua terra?

Non saprei dire se ho esaurito o meno il mio rapporto con l’Albania. Forse l’ho pensato, nel momento in cui temevo che le sarei rimasta legata per sempre. Quella paura non esiste più. Certo, non credo di poter ambientare un romanzo lì, non conosco il paese che è diventato oggi. Non a caso tutti i miei romanzi finiscono alla caduta del regime, ovvero il momento in cui io lasciai il paese. Ne Il tuo nome è una promessa l’ambientazione va oltre come anni, ma anche lí ho raccontato il paese tramite lo sguardo di Rebecca e Thomas, due stranieri che arrivano, ciò che sono diventata anche io alla fine. Ogni loro passo dal momento in cui mettono piede a Tirana – le strade, le persone, i monumenti, qualunque cosa – è stato narrato con lo stupore delle persone che vedono un posto per la prima volta.

Adesso mi interessa di più la ridefinizione dell’identità, nel momento in cui la memoria si trasforma, perché è ciò che accade vivendo in uno spazio nuovo tra diverse lingue. In questo, da una parte c’è il potere di appartenere a luoghi diversi allo stesso tempo, ma anche il pericolo di non riuscire a cogliere ciò che accade intorno a te. Bisogna non aggrapparsi al pensiero fisso che controlla tutto. Adattarsi al nuovo luogo che in un certo senso esclude il pensiero sedentario e creare una memoria che non è memoria ma motore di produzione. In questo modo i tratti del passato non sono più immobili e non appartengono ad un tempo che può essere ricordato, la memoria diventa senza luogo. È questo che vorrei fare nei miei prossimi libri, far diventare la mia terra un luogo senza tempo.

  1. Non hai ancora tradotto uno solo dei tuoi quattro romanzi nella tua prima lingua. Vorrei capire insieme a te la motivazione di questa scelta. Conoscendoti so che non si tratta di snobismo o di mancanza di empatia nei confronti del tuo popolo.

Non seguo il panorama culturale di oggi in Albania e non ho idea di cosa accada realmente. Da quelle poche informazioni, sporadiche, che mi arrivano, mi sembra che siano concentrati più sui personaggi che sull’arte o la letteratura, altre colleghe tradotte ne sono la prova. Per mia natura non sono interessata ad essere un personaggio, anzi il mio desiderio più grande è diventare solo una voce, la voce che narra la vita e diventa subito riconoscibile nel momento in cui viene aperto un mio libro. Vorrei cioè che si riconoscesse la mia penna già dalle prime righe.

A parte questo, penso che negli ultimi trent’anni gli albanesi siano stati presi da altro, tipo creare il benessere, e in questi casi la cultura è la prima a risentirne. Pensiamo solo al fatto che non esiste una rete di distribuzione e gli editori portano da soli i libri in quelle poche librerie che ci sono. Gli scrittori spesso devono sostenere i costi della pubblicazione, cioè pagare l’editore per le copie stampate, l’equivalente dell’auto-pubblicazione in Italia.

Mi capita tutto sommato di leggere qualcosa della critica, la maggior parte dei discorsi sono concentrati ancora sul comunismo, come se facessero fatica a chiudere con il passato, ancora alle prese con un anacronistico regolamento di conti. Per fare un esempio: la voce soave e a tratti ironica della mia narrazione in Rosso come una sposa per la maggior parte delle persone, lì, non andrebbe bene. La voce non è quella di una bambina infelice, affamata, terrorizzata.

E quindi, anche chi ha letto il romanzo in italiano si è chiesto: com’è possibile che si possa raccontare in questo modo quel periodo? Lo scrittore non stabilisce i torti della storia, ma racconta che è accaduto anche questo, proprio in quel periodo, ed io la narro con la mia voce. Anche nei campi di sterminio la gente sperava e sorrideva e s’innamorava ancora.

Gli albanesi amano molto autodefinirsi vittime della grande storia, ci sguazzano proprio dentro, come nessun altro popolo al mondo. Ricordiamo che ci sono state altre dittature, ben peggiori della nostra, e anche lì sono andati avanti, senza dimenticare certo, ma uscendo dalla logica del vittimismo.

Inoltre, io racconto la normalità, non ci sono eroi straordinari nelle mie storie, né vincitori o vinti, solo stralci di vita descritti spesso con dolcezza.

Le mie storie non hanno la presunzione di stabilire la verità, c’era la società patriarcale è vero, ma bilanciata da un forte matriarcato radicato nelle famiglie, donne nel quotidiano con la sofferenza della vita sulle spalle, ma con momenti di tenerezza e felicità, le rinunce delle persone ma anche i sogni. Diciamo la verità: la normalità non piace in quella terra, prendono più le storie con vittime e carnefici, le donne prima maltrattate dai mariti e poi vendute per il mondo. Io non racconto di vittime, ma di persone che si sono trovate in mezzo alla storia e di come essa ha cambiato il loro destino. Ho sempre una costante: la pietas anche verso il male.

Per tornare al discorso di prima, credo che serva tempo per sanare le ferite e questo lo capisco bene, ma è ora di guardare avanti, certe ferite a volte non guariscono mai e in ogni caso non è la letteratura il posto giusto per provare a sanarle, nel bene e nel male. Non è una critica la mia, ma solo una constatazione, recuperare decenni dove l’arte e la letteratura appartenevano al realismo socialista non è facile. Mi auguro che la generazione postcomunista riuscirà ad andare oltre e a colmare questa mancanza.

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