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Dai ricordi di mia nonna durante il viaggio verso l’Albania. Io non dimentico!

Di Sonila Alushi

“Sembrava che quel bosco non avesse fine e l’ululato dei lupi affamati rendeva l’atmosfera terrificante. Uno zio disse che ci seguivano nella speranza di accoppare qualcheduno dei nostri animali.

Guardai Petra, la cavalla bianca di mio padre, carica della nostra roba che sembrava molto affaticata e agitata. Quando Petra si comportava così c’era davvero da preoccuparsi. L’ultima volta che avevo visto i suoi grandi occhi tanto spaventati era stato un anno prima, quando lei e papà tornavano da Istambul e per strada, vicino a Margariti, aveva subito un attentato. Si era salvato per merito di Petra, delle sue bellissime e velocissime gambe. Lei non correva, lei guizzava e per me era capace anche di volare. A volte sognavo di volare insieme a lei e immaginavo che avesse due belle ali come quelle delle aquile, ma bianche come la neve.

Già, la neve. Si mise pure quella in quei giorni di camminate senza fine tra colline e boschi grigi. Non ce n’era tanta, ma abbastanza per non farmi sentire le gambe dal freddo. Sulle mie spalle la più piccola delle mie sorelle, aveva tre anni. Di carnagione pallida, occhi spenti, magra e dal pianto facile. È tutto quello che ricordo di lei.

Avevo 11 anni e non era il suo peso sopra le mie magre spalle; non era la sua pipì che ogni tanto sentivo scorrermi calda sulla schiena; non erano nemmeno i capelli che mi strappava aggrappandosi alla mia testa come una piccola scimmietta, ma era il suo pianto lamentoso e continuo che mi consumava le forze.

Piangeva sempre mia sorella e non c’era verso di farla smettere. Mamma diceva che finché piangeva era un buon segno, che avremmo dovuto preoccuparci nel momento in cui non l’avremmo più sentita piangere. Stava male la bambina, l’ho capii la notte dopo quando smise di piangere.

Mia sorella morii a tre anni per una malattia che ancora non sappiamo. Descrivendo i suoi sintomi alle anziane della carovana, secondo loro, pare fosse un’infezione intestinale. Dovemmo seppellirla in quel bosco e gli zii cercarono di farlo in profondità così i lupi o altri animali selvatici non potessero trovarla.

Fu terribile vedere mia madre diventare l’ombra di sé stessa e trascinarsi per il resto del nostro viaggio verso l’Albania. Petra aveva ragione ad essere preoccupata, Petra non si sbagliava mai. Ricordo ogni dettaglio di quell’animale, ma non ricordo più il nome della mia piccola sorella morta in quel bosco e non ricordo più nemmeno il suo volto. C’era da sopravvivere, c’è ancora da sopravvivere a quel viaggio, a quella tragedia.”

79 anni fa, in seguito ad un genocidio eseguito dalle autorità greche sulla popolazione çam (albanese) dell’Epiro, migliaia di persone lasciarono le loro case terrorizzati in cerca di salvezza. L’Albania del dopo guerra, indebolita e povera allo stremo, fece quello che poteva per accogliere queste “strane” persone dalla cultura particolare, dal dialetto incomprensibile e bilingue. Non mancò il pregiudizio, la diffidenza, le truffe, ecc nei loro confronti.

Così la fatica dell’accettare la perdita di molti cari in quella pulizia etnica e della perdita delle case, delle terre, di tutto ciò che possedevano, si moltiplicò. Tra queste persone, tutti e quattro i miei nonni.

Quanto avvenuto in Çamëria (Thesprotia in greco) è un vero e proprio dramma che non potrà essere negato e nascosto per sempre. La storia rimane con il suo carico di orrori e a nulla vale imporre una censura della memoria.

Quello che vorrei è solo l’ammissione e l’elaborazione disumana e pianificata persecuzione di migliaia di donne, uomini e bambini çam. E lo vorrei perché credo sia l’unico modo per superarla. E non solo come çam, ma anche come amica del popolo greco, è quello che mi auguro. Che si possa finalmente risolvere la fobia di questo passato, non rimuovendolo, ma facendone un elemento di consapevolezza, per il rispetto di ogni minoranza.

Io non dimentico.

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