Home Approccio Italo Albanese Le minoranze linguistiche storiche sono etnie e processi antropologici

Le minoranze linguistiche storiche sono etnie e processi antropologici

Di Pierfranco Bruni

L’antropologia pone al centro l’antropos di un popolo che ha i suoi raficamenti nella espressione /esperienza/espressione di una civiltà. Dentro una tale visione l’etnia ha la sua notevole importanza.

L’Etnia è una sintesi/somma di lingua, tradizione, storia/letteratura/arti/religione. Elementi che rappresentano un modello di cultura. Le 12 minoranze storiche riconosciute dalla Legge 482 del 1999 si presentano con uno scenario strutturate in un  contesto geopolitico che interessa tutto il territorio nazionale.

Alcuni esemplari emblematici: i Ladini, gli Occitani, i Griki del Salento, i grecanici della Calabria, il gruppo catalano di Alghero e i Sardi, i Tedeschi dell’area del Tirolo, i friulani e così le altre comunità compresi gli arbereshe sono parti integranti di un intreccio tra lingua e fenomenologie antropologie.

La lingua è una tradizione nella modernità, ovvero deve fare i conti con i cambiamenti. La lingua non è sacra. Partiamo da questo punto. Il volgare e l’illustre interessa anche la lingua e le parlate delle minoranze storiche. 

Non bisogna mai imitare ma creare paradigmi.  Il Friulano ha ben compreso ciò come i Ladini e i catalani.  Sono lingue e appartenenze che portano l’umanesimo tra le costole della storia. La lingua è il pensiero pur non essere identico.

Essere  arbëreshe o amare gli Arbëreshe. Abitarli. Io li abito, ho eredità, li amo. Ma non basta. Per realizzare una progettualità bisogna andare oltre.

Soprattutto bisogna necessariamente andare oltre ciò che si chiama accademia. Restare dentro il pensare e il pensiero che è lingua, linguaggio, parola. È fondamentale cercare di legare / intrecciare tradizione, religiosità, storia con la letteratura che è alla base di una espressione linguistica, con le arti che sono manifestazioni complesse e articolate con i segni tangibili della creazione di una civiltà, con il rito che lega il tempo dell’Oriente con l’Occidente.

Tutto questo passa inevitabilmente sotto un modello che è dimensione antropologica. Il bene culturale immateriale necessariamente deve fare i conti con il patrimonio culturale materiale. La letteratura e la lingua in quanto immateriali del bene si confrontano necessariamente con le chiese, con la ghitonia, con le strutture e i reperti. I camini e il Bizantino delle chiese sono beni immateriali.

Ho portato una testimonianza che intreccia arte e lingua ma bisogna scavare nelle radici primordiali.
Le radici illiriche riportano, negli Italo-albanesi,  chiaramente, a un rapporto archeologico con il mondo balcanico che vive dentro i Mediterranei. La progettualità in questo caso deve nascere da tre epicentri: biblioteche, archivio, musei. La realtà degli Italo-albanesi, ma anche di altre comunità minoritarie, deve entrare nei percorsi istituzionali ufficiali. Ovvero si ha bisogno di una “rete” nazionale ed euro-internazionale di tali forme strutturali che diano un senso veramente istituzionale.

Occorre una biblioteca nazionale degli Arbëreshe, un archivio e un museo che possano raccogliere le testimonianze di una storia e “provocare” modelli di fruizione e valorizzazione. La cultura arbëreshe deve essere la rappresentazione di un bene culturale tra il materiale e l’immateriale. Un “esercizio” che deve permettere di andare oltre le sette/otto regioni dove risiedono gli Arbëreshe.

Otto perché? La Legge del 1999 andrebbe ritoccata. Il Piemonte ha inaugurato un forte componente/nucleo di italo-albanesi. La questione della lingua va riconsiderata sul piano di una logica puramente linguistica. Bisogna fare in modo di creare una koinè unica pur e nonostante le forme varie di “parlate” locali. Ma la lingua, dovrebbe raccogliere tutte le parlate italo-albanese e creare  una sua koinè della unicità.

È inutile insistere sulla diversità delle lingue. Non si esce dal problema che ha una sua esercitazione grammaticale e sintattica e ortografica. Da anni/decenni porto avanti questo aspetto. È giunto il tempo di unificare le lingue in una lingua unica.

Il resto è provincialismo/paesanismo dialettale. Il Progetto deve puntare a tali capisaldi se si vogliono superare le nicchie. È bene che si affronti ciò con serenità,  serietà,  problematicità e dialettica.

Cerchiamo di fare un discorso alto e profondo. Identità, eredità, appartenenza. Soltanto filtrando ciò in un progetto valorizzante si può pensare alla rinascita complessiva della cultura delle presenze minoritarie storiche in Italia. Entrare nella storia è capire le minoranze storiche nelle etnie delle civiltà. Non si può trattare questa materia come veniva affrontata Trenta anni fa. 

Strumenti diversificati nel quali la lingua è, ma non è tutto. Pensiamo alle civiltà scomparse. Si discuta su quale lingua usare ma queste etnie si salvano se si salva una civiltà del radicamento. Questo è un dato speculativo con il quale dobbiamo fare i conti.

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