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La politica del terrorismo con la fine della Guerra Fredda

Di Dr.med Emanuela Dyrmishi

La caduta del bipolarismo della Guerra Fredda, e del’”ordine globale” che essa portava dietro hanno portato in risalto disequilibri economici sempre più profondi tra varie zone del pianeta. Con esso sono diventate evidenti falde di crisi geopolitica ed economico sociali che sono state sfruttate da vari attori politici ed economici sotto spoglie di sedicenti fanatismi etnici e/o religiosi per portare avanti i loro interessi in vari campi. Come luoghi simbolo delle politiche del terrore che sono seguite alla caduta di questi equilibri d’ interesse per l’Italia citerei: la Somalia, l’Iraq e in modo più ampio il Mediterraneo Allargato. Il 1988 segnò per la Somalia l’inizio della crisi economica e politica, fino alla caduta definitiva nel 1991 del presidente Siad Barre.

Questi eventi andavano di pari passo con le ultime fasi di sgretolamento dell’URSS col quale il paese aveva rapporti di lunga data. Seguirono devastazione e carestia che lasceranno il posto alla divisione in clan e ad “aiuti economici”, controllati tutt’ora anche sotto le vesti terroristiche di Al Shabaab. Dall’altra parte, in Asia, Baghdad un tempo florido, diveniva irriconoscibile dalla seconda Guerra del Golfo e dal vuoto politico che aveva lasciato la caduta di Saddam Hussein.

In questo scenario, a luglio 2014 dalla Moschea di Mosul, professava il leader del DAESH- ISIS Abu Bakr al-Baghdadi. Egli giurava che l’avanzata dei suoi eserciti non si sarebbe fermata “fino a che sarà stato piantato l’ultimo chiodo sulla bara della cospirazione di Sykes-Picot”, ufficialmente riconosciuto come l’Accordo sull’Asia Minore siglato tra Francia e Gran Bretagna. Nel 1916 le due potenze occidentali si spartivano con rispettive zone di influenza, i resti dell’impero Ottomano. L’accordo disegnava il futuro dei confini del Medio Oriente come in linea di massima lo conosciamo oggi; i confini dell’Iraq, Siria, Libano, Giordania, parte dell’Afghanistan e anche in seguito, dello stesso Israele nel 1948.

Il trattato ha rappresentato con la sua impalcatura una svolta decisiva nelle relazioni tra l’Occidente e il mondo Arabo, le cui conseguenze ricorrono ancora oggi a 100 anni di distanza. Ultimi fatti di cronaca sul terrorismo in Italia hanno evidenziato che l’ISIS e il terrorismo di qualsiasi matrice sono vivi. La definizione stessa di Terrorismo ha lasciato spazio a diverse interpretazioni e a conseguenze geopolitiche, note solo agli addetti del mestiere. Il caso più recente e clamoroso rissale al 2016 quando l’ISIS era arrivato al culmine del suo potere ed espansione geografica.

L’autoproclamato Stato Islamico stava acquisendo la struttura di uno Stato e molti paesi, anche europei, si chiesero se non fosse il caso di riconoscerlo come tale per poter instaurare relazioni diplomatiche ed economiche regolamentari. Tale apparente paradosso nasce dall’intreccio della definizione di terrorismo che lascia spazio a interpretazioni e da quella di stato che non è univoca e che qui di seguito riporto:

Secondo il Diritto Internazionale, il terrorismo indica azioni criminali, premeditate che hanno lo scopo di suscitare terrore nella popolazione come attentati, omicidi, sequestri, stragi, dirottamenti, ed altri eventi che causano danno alla collettività e ad enti quali istituzioni statali, governi, esponenti politici e pubblici, gruppi politici, etnici e religiosi.

Per definire lo Stato, la giurisprudenza spesso usa un concetto, basato su tre elementi costitutivi: un territorio dai confini determinati, un popolo stanziato su tale territorio, un’autorità suprema in grado di governare popolo e territorio; l’ISIS dell’epoca ne stava acquisendo le sembianze.

In questo panorama sempre più variopinto di appartenenze terroristiche, un fenomeno mediaticamente sottovalutato, ma che negli ultimi anni ha preso rilevanza notevole in Italia, è la radicalizzazione violenta e i foreign fighters. Solo nel Donbass dal 2014 all’inizio della guerra ufficiale tra Russia e Ucraina ci sono stati circa 50-60 combattenti provenienti dall’Italia, quasi sempre maschi adulti di nazionalità italiana mossi da fattori economici o da credo politico. Come già accaduto nel 2014-2015, a partire per l’Ucraina potrebbero essere anche militanti estremisti, potenzialmente pericolosi per i loro stessi paesi di origine e per altri Stati.

Da decenni i ricercatori studiano e tentano di comprendere la radicalizzazione violenta e il terrorismo per prevenirli. Nel caso dei terroristi solitari europei (lupi solitari), abbiamo dei risultati ben distinti: gran parte erano socialmente isolati, altri invece erano impegnati regolarmente in attività con un gruppo terroristico più ampio o in un movimento sociale.

L’opinione comune correla il terrorismo ad un basso livello di istruzione, ma la realtà è ben diversa: i risultati evidenziano una discrepanza tra l’alto livello di studio dei terroristi solitari, comparato al lavoro che essi svolgevano al momento dell’atto. Essi risultano inoltre aver avuto nell’anno che precedeva l’atto terroristico un importante trigger stressogeno; la morte di un caro, abbandono di studi, percezione di pregiudizio e violenza psicologica, o erano vittime a loro volta di aggressione fisica. Questi dati sono univoci al di la della provenienza geografica del terrorista.

Radicalizzazione violenta, Foreign Fighters, Terrorismo ci sembrano tematiche lontane dal nostro quotidiano e che non ci appartengono. Invece, da un analisi socioeconomica della Regione Lombardia negli ultimi anni e dei fattori di rischio succitati si notano intrecci che necessitano di essere conosciuti, e sui quali intervenire.

In Lombardia il confronto con gli anni prepandemici, 2019-2020, sia per gli uomini che per le donne registra un peggioramento in termini di valori assoluti del salario. Inoltre si è acuito il profondo disallineamento tra la ricerca di lavoratori sovraistruiti rispetto alle mansioni che vengono assegnate e per le quali si viene retribuiti.

Le misure di contenimento del Covid 19 hanno lasciato dietro isolamento sociale, percezione di una società non inclusiva e discriminante, discrepanza tra istruzione, lavoro svolto e retribuzione.

L’Italia infatti risulta penultima nella valutazione di equità di distribuzione delle risorse, e l’inequità è progressivamente in aumento dagli anni 80 ad oggi. Questo trend non può fermarsi se non ne abbiamo coscienza e conoscenza, per mettere in atto interventi socio-politico-economici per attuare il cambiamento di rotta.

Dr.med Emanuela Dyrmishi

Analista in Rischio Economico, Geopolitica e Intelligence, migrazione e terrorismo

Spec. in Politiche economiche europee e internazionalizzazione

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